domenica, 07 settembre 2008, ore 23:06

Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica, e c'è elettricità nell'aria. Puoi quasi sentirla, mi segui? E questa busta era lì. Danzava... con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti.
È stato il giorno in cui ho capito che c'era tutta un'intera vita dietro ogni cosa e un'incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c'era motivo di avere paura, mai.
Vederla sul video è povera cosa, lo so, ma mi aiuta ricordare. Ho bisogno di ricordare.
A volte c’è così tanta bellezza nel mondo che non riesco ad accettarla. Il mio cuore sta per franare.


oOLaFataVerdeOo
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venerdì, 29 agosto 2008, ore 11:05

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Sì. E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, visi gentili.
Provate questa.
Un campo di grano - una città.
Benissimo! E adesso?
Moltre donne dagli occhi vivi e dalle labbra schiuse.
Provate queste.
Soltanto un bicchiere su un tavolo.
Oh, capisco! Provate questa lente!
Soltanto uno spazio vuoto - non vedo nulla in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo d'estate.
Questa va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono di là dalla pagina.
Provate questa lente
Abissi d'aria.
Ottima! E adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma tutto il mondo in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.


(Edgar Lee Master, "Antologia di Spoon River")
oOLaFataVerdeOo
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martedì, 10 giugno 2008, ore 21:33

Una volta in una tetra mezzanotte, mentre meditavo, debole e stanco,
su un molto bizzarro e curioso volume di un sapere dimenticato,
mentre sonnecchiavo, quasi appisolandomi, giunse là improvvisamente un colpire leggero,
come di qualcuno che gentilmente battesse, battesse alla porta della mia camera
"E' qualche visitatore" mormorai, "che bussa alla porta della mia camera

Soltanto questo, e nulla più."


Ah, distintamente ricordo che si era nel fosco Dicembre;
e ogni separato morente tizzone proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino; vanamente avevo tentato di trarre
dai miei libri un sollievo al dolore - al dolore per la perduta Leonora,
per la rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Leonora -

Senza nome qui per sempre.


E il sèrico, triste, vago fruscìo di ogni tenda purpurea
mi faceva trasalire, mi riempiva di fantastici terrori, mai provati prima;
così che adesso, per calmare il battito del mio cuore, andavo ripetendo
"E' qualche visitatore che supplica di entrare alla porta della mia camera -
Qualche tardivo visitatore che supplica di entrare alla porta della mia camera;

Questo è, e nulla più."


Immediatamente la mia anima divenne più forte; non esitando più a lungo,
"Signore," dissi "o Signora, veramente imploro il vostro perdono;
ma il fatto è che io sonnecchiavo, e voi veniste così gentilmente a picchiare,
e voi veniste così lievemente a picchiare, a picchiare alla porta della mia camera,
che io ero poco sicuro di avervi udito" - a questo punto aprìi interamente la porta; - - -

Tenebre là, e nulla più.


Scrutando profondamente in quelle tenebre rimasi a lungo stupito, impaurito,
dubbioso, sognando sogni che mai nessun mortale osò sognare;
ma il silenzio rimase intatto, e la quiete non diede alcun segno;
e l'unica parola là pronunciata fu la sussurrata parola, «Leonora?»
Questo sussurrai, e l'eco mormorò dietro la parola, "Leonora!"

Semplicemente questo, e nulla più.


Ritornando nella camera, con tutta la mia anima dentro di me fiammeggiante,
udii subito un battere un poco più forte di prima.
"Sicuramente," dissi, "sicuramente c'è qualcosa all'infisso della mia finestra ;
Fa che io veda, dunque, cosa c'è là, ed esplori questo mistero -
Fa che il mio cuore si calmi un momento ed esplori questo mistero; -

Questo è il vento e nulla più."


Spalancai l'imposta, quando, con molta civetteria e un battito d'ali,
avanzò colà un maestoso Corvo dei santi giorni d'altri tempi;
non fece la minima riverenza; non un minuto si fermò o rimase;
ma, con aria di dama o gentiluomo, si appollaiò sopra la porta della mia camera -
Si appollaioò su un busto di Pallade appena sopra la porta della mia camera -

Appollaiato e seduto, e nulla più.


Poi inducendo quest'uccello d'ebano la mia triste immaginazione a sorridere,
con il grave e severo decoro che si dava,
"Sebbene la tua cresta sia tagliata e rasa" dissi "tu non sei certo un vile,
orrido, torvo e antico Corvo errante dalla riva Notturna.
Dimmi qual'è il tuo nobile nome sulla Plutonica riva della Notte! "

Disse il Corvo "Mai più".


Molto mi meravigliai nell'udire parlare così chiaramente questo sgraziato volatile,
sebbene la sua risposta poco significasse - poca pertinenza avesse;
perchè non possiamo non esser d'accordo che nessuna vivente umana creatura
giammai fu beata dalla visione di un uccello sulla porta della sua camera -
Uccello o bestia su un un busto scolpito sulla porta della sua camera,

con un nome tale come "Mai più".


Ma il Corvo, sedendo solitario sul placido busto, profferì soltanto quell'unica parola,
come se la sua anima in quell'unica parola fosse effusa.
Niente di piu' egli poi pronunciò - nessuna penna egli agitò -
finchè io appena di più mormorai "Altri amici sono già prima volati via,
All' indomani egli mi lascerà, come le mie Speranze, che sono già prima volate via".

Allora l'uccello disse "Mai più".


Stupito dalla calma rotta da una risposta così giustamente pronunciata,
"Senza dubbio," dissi "ciò che pronuncia è soltanto il suo sapere e la sua ricchezza,
presi da qualche infelice padrone che uno spietato Disastro
seguì veloce e seguì piu' veloce finchè le sue canzoni non ebbero che un solo fardello -
finchè i lamenti della sua Speranza non ebbero che quel malinconico fardello

di "Mai - mai più".


Malgrado il Corvo inducesse ancora la mia triste immaginazione al sorriso,
sospinsi una poltrona di fronte all'uccello, al busto e alla porta;
quindi, affondando nel velluto, mi misi a collegare immaginazione a immaginazione,
pensando cosa questo sinistro uccello d'altri tempi -
cosa questo torvo sgraziato orrido scarno e sinistro uccello d'altri tempi

intendeva significare gracchiando "Mai più".


Così sedevo preso dall'indovinare, ma non esprimendo alcuna sillaba al volatile
i cui occhi infuocati ardevano ora nell'intimo del mio petto;
sedevo divinando questo e piu', con la testa in tranquillità reclinata
sulla fodera di velluto del cuscino che la luce della lampada trastullava con piacere
Ma la cui fodera di velluto viola alla luce della lampada che trastullava con piacere,

Ella non premerà, ah, mai più!


Poi, parve, che l'aria si facesse più densa, profumata da un invisibile incensiere,
fatto oscillare da serafini, i cui passi risuonavano sul pavimento moquettato.
"Disgraziato," gridai, " il tuo Dio ti ha prestato - per mezzo di questi angeli ti ha inviato
il sollievo - il sollievo e il nepenthe per le tue memorie di Leonora;
Tracanna, oh, tracanna questo piacevole nepenthe, e dimentica questa perduta Leonora!"

Disse il Corvo, "Mai più".


"Profeta!" dissi "cosa del male! - profeta nonostante ciò, se uccello o demonio! -
Sia che dal Tentatore inviato, sia che la tempesta ti abbia gettato qui a riva,
desolato ma interamente indomito, su questa deserta terra incantata -
su questa casa predata dall'Orrore - dimmi davvero, ti imploro -
C'è - c'è un balsamo in Gilead? - dimmi - dimmi, ti imploro!"

Disse il Corvo, "Mai più".


"Profeta!" dissi, "cosa del male! - profeta nonostante ciò, se uccello o demonio!
Per quel Cielo che si curva su di noi - per quel Dio che entrambi adoriamo -
dì a quest'anima carica di dolore se, nel lontano Eden,
essa abbraccerà una santa fanciulla, che gli angeli chiamano Leonora -
Abbraccerà una rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Leonora. "

Disse il Corvo, "Mai più".


"Sia questa parola il nostro segno d'addio, uccello o demonio! " urlai, alzandomi.
"Ritorna nella tempesta e sulla Plutonica riva della Notte!
Non lasciare nessuna piuma nera come una traccia di quella menzogna che la tua anima ha pronunciato!
Lascia inviolata la mia solitudine! - libera il busto sopra la mia porta!
Togli il tuo becco dal mio cuore, e porta via la tua figura dalla mia porta!"

Disse il Corvo, "Mai più".


E il Corvo, mai scappando via, ancora è posato, ancora è posato
sul pallido busto di Pallade, appena sopra la porta della mia camera;
E i suoi occhi posseggono tutta l'apparenza di quelli di un demonio che sta sognando,
e la luce della lampada scorrendo su di lui proietta la sua ombra sul pavimento;
e la mia anima fuori di quell'ombra che giace ondeggiando sul pavimento

non si solleverà mai più.

(Edgar Allan Poe)


Quoth the raven, "Nevermore".
e sarebbe quello che dovrei fare pure io: dire "mai più" a certe idee che mi girano per la testa.
ma come si fa a smettere di amare qualcuno?


una volta, in una tetra mezzanotte, mentre meditavo, debole e stanca,
su una molto bizzarra e curiosa tesina d'esame da dare,
mentre sonnecchiavo, quasi appisolandomi, giunse là improvvisamente un colpire leggero,
come di qualcosa che gentilmente battesse, battesse alla porta della mia mente
"è qualche ricordo", mormorai, "che bussa alla porta della mia mente
soltanto questo, e nulla più".


purtroppo non è "soltanto" questo. è "tutto" questo, ciò che continua a battere alla porta della mia mente.
un ricordo.
il suo.
maledetto.
il ricordo, non lui.
lui non ne può niente se io ho delle manie ossessivo-compulsive.
*sigh*
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domenica, 18 maggio 2008, ore 18:29

Capitan Falco era contento di abitare al pianterreno, perché l’ascensore del palazzo era quasi sempre rotto. Anche la tappezzeria delle scale pendeva a brandelli in molti punti, diversi pezzi del mancorrente in legno erano stati rubati e a qualcuno doveva essere servito il rivestimenti di marmo degli scalini, visto che parecchi erano ridotti al nudo cemento.
Quindi capitan Falco era contento di abitare al pianterreno e di non dover usare l’ascensore sempre rotto o le scale così tristi e malconce. 

Qualche volta però s’avventurava su, fino al sottotetto, dove attraverso una porticina, si poteva arrivare ad un abbaino, e di lì affacciarsi e vedere gran parte della città dall’alto.
“È mia”, pensava allora capitan Falco, preso da una leggera vertigine, “tutta mia!”.
E poi subito dopo pensava ancora: “Ma che cosa me ne faccio di questa città sporca, puzzolente e rumorosa? Qui, invece di parlare, la gente suona il clacson. Si sposano e suonano il clacson, vanno ai funerali e suonano il clacson, gli nascono i bambini e suonano il clacson. Sono tutti matti: come si fa a non essere pirati, in un posto così?

(Guido Quarzo, "Chi trova un pirata trova un tesoro")

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martedì, 19 febbraio 2008, ore 19:33

che poi sapevo sarei finita così.
a chiudermi su altro per non pensare, intendo.
spero almeno che sia utile a livello scolastico, tutto questo, perchè, fissare il vuoto a parte, non faccio altro che studiare.
mi distraggo. non ci penso. o almeno, provo a non pensarci.
non ci riesco sempre, ma ci provo.
sudo sangue su quella merda di goniometria, tanto che ho pure imparato non dico gli archi associati, ma la dimostrazione della differenza di coseni, sì.
leggo ad alta voce il capitolo sulla Victorian Age, cercando di non soffermarmi troppo sulla plot di Jane Eyre, bypasso Melville che mi sta sul culo, imparo a memoria Stevenson e leggo allegramente Dickens.
mi tengo impegnata.
ho in loop su iTunes "la ballata degli impiccati", "fango", "pirate's gospel", "la chanson des vieux amantes" e l'immancabile "fairytales gone bad".
mi sto anche facendo infusioni di Zucchero e Alan Parson's Project, oltre che della colonna sonora di "il favoloso mondo di Amélie" e Ludovico Einaudi.
sto cercando di evitare come la peste "stairway to heaven" e "since i've been loving you", che non fanno per niente bene, ma a volte non posso fare a meno di ascoltarle.
riguardo "radiofreccia" e, per la milionesima volta, "il ciclone", ripetendone le battute a memoria. passo un'ora in macchina, seduta senza la forza di uscire ed entrare in casa, a leggere Rat-Man.
mi faccio endovene di cioccolato al latte e tisane al ribes nero e ginseng.
riprendo pezzi di libri, rileggo "cent'anni di solitudine" e "il profumo", mando a memoria pezzi del trentatreesimo canto dell'Inferno, mi ripasso in bocca aforismi di Oscar Wilde e Woody Allen.
ritrovo un vecchio segnalibro, dove ci sono scritte poche righe tratte da un libro, "lettere di una monaca portoghese":
"Vi scongiuro, ditemi perchè avete messo tanto impegno nell'incantarmi, ben sapendo che dovevate abbandonarmi? E perchè vi siete così accanito nel rendermi infelice?".
ecco.
stessa domanda che mi faccio anche io, nei ritagli di tempo che cerco di non concerdemi.
oOLaFataVerdeOo
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martedì, 19 febbraio 2008, ore 15:51

Forse Dio ha paura di noi, e scapperà.
Forse è piccolo come un granello di polvere, freddo come il vento d'inverno.
Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia.

(Natalia Ginzburg)
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lunedì, 18 febbraio 2008, ore 19:52

"Oh, non ve lo ripeto più, eh!
La vita non è perfetta!
Le vite dei film sono perfette, belle o brutte, ma perfette.
Nelle vite dei film non ci sono tempi morti, mai!
E voi ne sapete qualcosa, di tempi morti, eh?"


sì, io personalmente ne so qualcosa, di tempi morti.
ne so qualcosa eccome.
ne so qualcosa quando sto dalle tre alle cinque seduta davanti al quaderno di matematica aperto sempre alla stessa pagina, e mi riscuoto solo quando mia madre entra per chiedermi se mi è venuto un ictus, visto che ho gli occhi spalancati e fissi.
due ore a fissare il vuoto. due ore. un record.
ne so qualcosa quando cerco su internet un qualcosa che mi dia lo spunto per un confronto di due poesie di Montale e mi ritrovo senza sapere come sul sito della Coca Cola. io. sul sito della Coca Cola. che sono almeno quattro anni che non la bevo più, salvo concerti.
ne so qualcosa quando a cena mi blocco con la forchetta a metà percorso, senza apparente motivo la poso, bevo, la riprendo, facendo attenzione a sfilare dai rebbi il boccone, e la porto alla bocca, vuota.
ne so qualcosa, di tempi morti.
come adesso, che ci ho messo venti minuti a finire la frase perchè non mi veniva in mente come si chiamano i denti della forchetta.
tempi morti.
sì, non mi suonano nuovi.
e, sinceramente, non capisco come mia madre possa non accorgersi del mio stato. non credo sia così normale, no? no. no, non lo è.
eppure niente. nemmeno un "sicura che va tutto bene?" buttato lì così. nulla.
tanto è tutto normale, no?
è normale per me non dormire la notte, no? per me, che in genere vado a dormire tra le nove e mezza e le dieci, è normale stare seduta sul letto, in pigiama, con la luce del comodino accesa, gli occhi aperti e nemmeno l'ombra di un po' di sonno. normale.
forse è diventata cieca, non so.
o magari attribuisce il tutto alla stanchezza per la scuola.
ovvio.
non sto facendo un benemerito, ma è quello. è sempre quello, no? perchè esiste solo la scuola, nella vita.
solo la scuola, prima, solo il lavoro, dopo.
ovvio. ovvio...
non dovrei prendermela con lei, in fondo. non ne può niente.
infatti non me la prendo. sto solo constatando che se ne frega di come sto, che si interessano più le professoresse che lei, al mio stato di salute mentale.
bene. son soddisfazioni.

"Credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi.
[...]
Credo che la voglia di scappare da un paese con 20.000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merkx.
[...]
Credo che per credere, certi momenti, ti serve molta energia."


e credo pure di averla finita, quell'energia.
oOLaFataVerdeOo
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